Film Storici
Morbo K, la vera storia della malattia inventata che salvò gli ebrei di Roma
Nel 1943 i medici del Fatebenefratelli inventarono una malattia contagiosa per proteggere gli ebrei di Roma. Cosa è documentato nella serie Rai e cosa è fiction.

Il 16 ottobre 1943 i tedeschi chiudono il ghetto di Roma. In poche ore 1.259 persone finiscono sui camion, poi sui treni. A poche centinaia di metri, sull’Isola Tiberina, l’ospedale Fatebenefratelli continua a curare malati e a nascondere fuggitivi. Il primario Giovanni Borromeo ha un’arma strana: una diagnosi falsa, scritta su cartelle cliniche vere.
La malattia si chiama “morbo di K”. Non esiste, ma nessun soldato tedesco vuole avvicinarsi. Su quella bugia è costruita la serie Rai “Morbo K – Chi salva una vita salva il mondo intero”, quattro episodi in due serate, andati in onda il 27 e 28 gennaio 2026. Regia di Francesco Patierno, produzione Rai Cinema. Il nucleo storico regge, i nomi e le sottotrame no.
Cosa racconta la serie
Roma, settembre 1943. Il colonnello delle SS Herbert Kappler pretende cinquanta chili d’oro dalla comunità ebraica, in cambio della promessa di fermare le deportazioni. La promessa dura poche settimane. Il professor Matteo Prati, primario del Fatebenefratelli, capisce che i ricoveri possono diventare una copertura. Con il giovane medico Pietro Prestifilippo, il collega Vittorio Sorani e l’infermiera Fernanda organizza un reparto per malati contagiosi.
Nel reparto entrano famiglie ebree, con una diagnosi inventata e un’etichetta che spaventa chiunque. Intorno corre la storia di Silvia Calò, giovane ebrea del ghetto, e dell’amore con Pietro. Il 16 ottobre arriva il rastrellamento: la famiglia di Silvia viene caricata su un treno, e la serie concentra le ultime ore in una corsa contro il tempo.
- Vincenzo Ferrera – professor Matteo Prati, il primario
- Giacomo Giorgio – Pietro Prestifilippo, giovane medico
- Dharma Mangia Woods – Silvia Calò, ebrea del ghetto
- Christoph Hulsen – Herbert Kappler
- Flavio Furno – Vittorio Sorani, collega di Prati
- Antonella Attili – Fernanda, infermiera
- Antonello Fassari e Luigi Diberti – ruoli di contorno
Il Morbo K è esistito davvero?
No. Il morbo di K non è mai stato una malattia. I medici del Fatebenefratelli lo inventarono di sana pianta, con tanto di sintomi, decorso e contagio. Le cartelle cliniche parlavano di una patologia neurodegenerativa e altamente contagiosa, abbastanza pericolosa da tenere lontani controlli e perquisizioni. I tedeschi, secondo le testimonianze raccolte da Yad Vashem, evitarono il reparto.
Il nome aveva tre letture. La K poteva essere quella di Kappler, capo delle SS a Roma, oppure di Albert Kesselring, comandante delle forze tedesche in Italia. Ma in ospedale la stessa lettera richiamava il morbo di Koch, cioè la tubercolosi, una diagnosi credibile e già usata per isolare i malati. Un doppio senso perfetto per un reparto che non doveva essere visitato.
La deposizione di Vittorio Emanuele Sacerdoti, raccolta nel 1998, aggiunge un dettaglio. Il codice serviva a indicare i ricoverati che in realtà erano fuggitivi, non soltanto gli ebrei. Il 16 ottobre 1943 Sacerdoti fece entrare 27 persone con diagnosi di tubercolosi. Borromeo non si oppose. Dopo pochi giorni, però, quei pazienti dovettero uscire.
Chi ha inventato la malattia
Il personaggio centrale è Giovanni Borromeo, nato a Roma nel 1898 e primario del Fatebenefratelli dal 1934. Negli anni Venti rifiutò la tessera del Partito Nazionale Fascista, scelta che gli bloccò la carriera. Nel 1943 mise l’ospedale a disposizione dei perseguitati, con l’appoggio del priore fra Maurizio Bialek.
Accanto a lui lavorava Vittorio Emanuele Sacerdoti, medico di origine ebraica, assunto con un documento falsificato. Trasferiva malati dall’ospedale del ghetto al Fatebenefratelli e procurava ricoveri. C’era anche Adriano Ossicini, allora giovane medico, poi partigiano e politico. La serie fonde queste figure in due personaggi di finzione, Prati e Sorani. Il terzo, Prestifilippo, è un protagonista costruito per il racconto.
La paternità dell’idea resta discussa. Ossicini attribuiva il codice a Sacerdoti, in relazione al soccorso dei fuggitivi. Sacerdoti rispondeva di non sapere, e indicava il primario come possibile autore. Gli storici non hanno una risposta unica. La serie sceglie la versione più semplice: un primario che inventa tutto e guida i suoi.
Quante persone furono salvate
I numeri sono piccoli e difficili da verificare. Le ricostruzioni parlano di decine di persone protette tra l’ottobre 1943 e la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944. Alcune stime arrivano a un centinaio di rifugiati passati dall’ospedale. Non fu un rifugio permanente per tutti, e questo la fiction lo attenua.
Il Fatebenefratelli non era un’isola felice. All’inizio di maggio 1944 i tedeschi fecero irruzione. Trovarono sei ebrei polacchi nascosti su un balcone e li portarono a Regina Coeli. Sopravvissero, ma solo perché un mese dopo Roma fu liberata. La storia vera contiene anche gli errori, le paure e i rischi corsi da chi aiutava.
Nei sotterranei dell’ospedale Borromeo e fra Maurizio installarono una radio clandestina, in contatto con i partigiani del Lazio e con il generale Roberto Lordi. Lordi fu arrestato dai tedeschi e finì alle Fosse Ardeatine, insieme a Sabato Martelli Castaldi. Il primario lo visitò a via Tasso e, secondo il racconto del figlio Pietro, raccolse i nomi da mettere in salvo. Sono dettagli che la serie lascia fuori.
Cosa inventa la serie e cosa è documentato
Documentati sono l’ospedale come rifugio, l’invenzione del nome, le diagnosi false, il rastrellamento del 16 ottobre e almeno un sopralluogo tedesco respinto grazie alla paura del contagio. Documentata è anche la figura di Kappler, l’uomo dei cinquanta chili d’oro e della deportazione degli ebrei romani. La ricostruzione di Patierno tiene questi pilastri.
Romanzati sono i nomi e le storie personali. Matteo Prati non esiste: è il sostituto di Borromeo. Vittorio Sorani condensa Sacerdoti e altri medici. Pietro Prestifilippo e Silvia Calò sono personaggi costruiti per dare un filo sentimentale al racconto. Anche la corsa contro il treno in partenza è un espediente narrativo, non un episodio documentato.
Patierno ha spiegato di aver girato tre o quattro giorni al Fatebenefratelli, ricreando il reparto ormai scomparso. Il ghetto è stato ricostruito tra Roma, Frascati e Tivoli. Il regista ha anche ammesso un’assenza precisa: nella serie non c’è traccia dei fascisti italiani. La Roma occupata è raccontata come un luogo ostile e tedesco, mentre la polizia italiana collaborò al rastrellamento.
Il riconoscimento e la memoria
Giovanni Borromeo morì a Roma il 24 agosto 1961, senza processi e senza medaglie. Il 13 ottobre 2004 Yad Vashem lo riconobbe Giusto tra le Nazioni, su segnalazione della famiglia Tedesco, salvata in ospedale. La memoria arrivò quarant’anni dopo, quando i testimoni cominciarono a raccontare.
Oggi l’ospedale è ancora sull’Isola Tiberina e conserva una targa per i salvati. La serie ha riportato la vicenda al grande pubblico, con quattro episodi e un cast popolare. Il rischio, in questi casi, è confondere il personaggio con la persona. Prati non è Borromeo, e la fiction non è una fonte storica.
La Seconda guerra mondiale resta il bacino più ricco per il cinema che parte da fatti reali. Sul processo ai gerarchi nazisti abbiamo raccontato la vera storia di Douglas Kelley, lo psichiatra che studiò Göring. Un altro episodio del 1944 è al centro di The Mosquito Bowl, la partita di Natale a Guadalcanal. E la guerra vista dall’obiettivo è in La ragazza con la Leica, su Gerda Taro.
Domande frequenti
Il Morbo K è una malattia vera?
No. Era una diagnosi inventata dai medici del Fatebenefratelli per giustificare il ricovero e l’isolamento dei perseguitati. Il nome richiamava Kappler, Kesselring e il morbo di Koch.
Chi ha ideato il Morbo K?
L’idea è attribuita a Giovanni Borromeo, con Vittorio Emanuele Sacerdoti e Adriano Ossicini. Le testimonianze non concordano su chi abbia coniato il codice.
Quanti ebrei furono salvati al Fatebenefratelli?
Le stime parlano di decine di persone, fino a circa un centinaio secondo alcune ricostruzioni. Sacerdoti raccontò di 27 ricoverati il 16 ottobre 1943, rimasti pochi giorni.
La serie Morbo K è fedele alla storia?
Il nucleo è fedele: ospedale, malattia inventata, rastrellamento, paura del contagio. Sono inventati i nomi dei protagonisti, la storia d’amore e la corsa finale al treno.
Dove è stata girata la serie?
Al Fatebenefratelli di Roma, per tre o quattro giorni, e in set di ricostruzione tra Roma, Frascati e Tivoli.
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